Ogni lavoratore dipendente accantona ogni mese una quota del proprio Trattamento di Fine Rapporto, il famoso TFR. Si tratta di un risparmio prezioso, ma spesso “silenzioso”, che può essere gestito in due modi: lasciandolo in azienda oppure destinandolo a un fondo pensione.

La Relazione COVIP 2024 – l’analisi ufficiale della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione – ci permette di capire quale opzione convenga oggi davvero, e non solo per i lavoratori, ma anche per le imprese.

Un sistema previdenziale in salute

Il sistema della previdenza complementare italiana continua a crescere: a fine 2024 si contano 9,95 milioni di iscritti, per 11,13 milioni di posizioni complessive. Le risorse gestite hanno raggiunto 243,4 miliardi di euro, pari all’11,1% del PIL nazionale, con un incremento dell’8,5% rispetto al 2023.

Nel corso dell’anno i fondi pensione hanno beneficiato del buon andamento dei mercati finanziari.
I rendimenti medi netti 2024 sono stati:

  • +6,0% per i fondi negoziali,
  • +6,5% per i fondi aperti,
  • +9,0% per i PIP (unit linked), con punte oltre il +10% nei comparti azionari.

Per confronto, la rivalutazione legale del TFR nel 2024 si è fermata a circa +1,9%.

Su orizzonti più lunghi, i fondi pensione hanno registrato rendimenti medi annui composti del 2,2% nei fondi negoziali e 2,4% nei fondi aperti, in linea con il 2,4% del TFR. Tuttavia, questa è una media complessiva: i comparti azionari e bilanciati – scelti da chi ha un orizzonte temporale più lungo – hanno reso tra il 3,5% e il 4,5% annuo, superando nettamente la rivalutazione del TFR, mentre i comparti più prudenti (obbligazionari e garantiti) si sono mantenuti su livelli simili o leggermente inferiori.

Perché al lavoratore conviene destinare il TFR a un fondo pensione

Affidare il TFR a un fondo pensione può portare vantaggi concreti, che vanno ben oltre il rendimento di un singolo anno.

Il primo è economico: nel tempo, i comparti con strategie bilanciate o azionarie hanno offerto una crescita del capitale superiore a quella del TFR lasciato in azienda.

A questo si sommano vantaggi fiscali rilevanti. I contributi personali per previdenza complementare, eventualmente versati, sono deducibili dal reddito fino a 5.164,57 euro all’anno e le prestazioni finali sono tassate in modo agevolato, (compreso il T.F.R.) con aliquote che scendono dal 15% fino al 9% dopo 35 anni di partecipazione.

Inoltre, chi aderisce a un fondo negoziale ottiene spesso anche un contributo aggiuntivo dell’azienda, previsto dal contratto collettivo. È un vero “bonus previdenziale” che si somma ai propri versamenti e che si perderebbe mantenendo il TFR in azienda.

La previdenza complementare consente, inoltre, una maggiore flessibilità: è possibile richiedere, con maggiore semplicità, anticipazioni per spese sanitarie, per l’acquisto o la ristrutturazione della casa, oppure accedere alla RITA (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata) per chi vuole accompagnare l’uscita dal lavoro. Nel 2024 le erogazioni tramite RITA hanno superato i 2,4 miliardi di euro, segno di un utilizzo in crescita costante.

I vantaggi anche per l’impresa

Non è solo il lavoratore a guadagnarci.

Il TFR trattenuto in azienda rappresenta per l’impresa un debito verso i dipendenti, che si rivaluta ogni anno in base all’inflazione. In periodi di crescita dei prezzi, ciò può tradursi in un costo finanziario importante.

Quando invece il TFR viene versato ai fondi pensione dall’azienda, quest’ultima non deve più accantonare quella somma e riduce il proprio indebitamento.

Per le imprese con più di 50 dipendenti, la questione è ancora più evidente: il TFR non destinato ai fondi non resta in azienda, ma confluisce nel Fondo di Tesoreria INPS, senza portare benefici di liquidità. In questi casi, incentivare i lavoratori ad aderire alla previdenza complementare diventa una scelta efficiente anche per la gestione finanziaria aziendale.

In più, i contributi datoriali versati ai fondi pensione sono deducibili dal reddito d’impresa, un vantaggio fiscale che alleggerisce ulteriormente il costo.

Oltre ai vantaggi finanziari derivanti dal non dover più accantonare il TFR, le imprese che trasferiscono il TFR dei dipendenti ai fondi pensione beneficiano anche di un bonus fiscale aggiuntivo: possono dedurre dal reddito d’impresa il 4% del TFR conferito ogni anno (che sale al 6% per le aziende con meno di 50 dipendenti).

Questa agevolazione si aggiunge alla deducibilità integrale dei contributi aziendali versati ai fondi, rendendo la previdenza complementare una scelta fiscalmente conveniente anche per l’impresa.

Dove va oggi il TFR degli italiani

Nel 2024 il flusso complessivo di TFR generato è stato di 32,7 miliardi di euro.
Di questi, circa 8,6 miliardi sono stati conferiti alla previdenza complementare, 6,5 miliardi sono confluiti nel Fondo di Tesoreria INPS e 17,6 miliardi sono rimasti presso le imprese.
In termini percentuali, poco meno di un quarto del TFR va oggi ai fondi pensione: una quota ancora modesta rispetto al potenziale, segno che molti lavoratori non hanno ancora colto appieno i benefici di questa scelta.

Un investimento per il futuro

La Relazione COVIP 2024 sottolinea che la previdenza complementare è ormai una componente strutturale del sistema pensionistico italiano.

Con una pensione pubblica destinata a garantire in futuro tassi di sostituzione più bassi, costruire una seconda pensione è una forma di tutela personale e familiare.

Per i lavoratori più giovani, il tempo è il miglior alleato: più anni di partecipazione significano rendimenti composti più elevati e un’imposizione fiscale più leggera al momento del ritiro.
Per le imprese, invece, sostenere l’adesione dei dipendenti ai fondi pensione significa contribuire a un welfare aziendale più solido, migliorando anche l’immagine di responsabilità sociale.

In sintesi

Dai numeri e dalle analisi della Relazione COVIP emerge un quadro chiaro: trasferire il TFR in un fondo pensione può convenire nella maggior parte dei casi, sia per il lavoratore che per l’impresa.

Chi sceglie la previdenza complementare non si priva del proprio TFR, ma lo trasforma in un investimento a lungo termine, con vantaggi fiscali, rendimenti potenzialmente superiori e contributi aggiuntivi del datore di lavoro.

In un Paese in cui le pensioni pubbliche tenderanno a coprire sempre meno del reddito da lavoro, questa non è solo una buona opportunità finanziaria, ma un atto di consapevolezza verso il proprio futuro.

In definitiva, grazie anche a questo contributo informativo, ogni lavoratore potrà decidere come destinare il proprio T.F.R. e la previdenza complementare, considerando non solo i vantaggi fiscali, ma anche la propria situazione personale, misurando la propria propensione al rischio e l’orizzonte temporale dei risultati attesi. Una scelta consapevole consente di equilibrare rendimento, sicurezza e disponibilità futura delle risorse.

.Autore: Luigi Romano – Consulente in fiscalità d’impresa e incentivi agli investimenti